blog americalatina

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"Hay muchas maneras de contar esta historia, como muchas son las que existen para relatar el más intrascendente episodio de la vida de cualquiera de nosotros".

Wednesday, October 08, 2008

Portillo torna a casa

Era scappato ingloriosamente pochi giorni dopo la fine del suo mandato presidenziale. Il Messico, paese dove aveva ammazzato due persone in gioventù ma dove le condanne espirano presto, lo aveva accolto. Ora, più di quattro anni dopo, Alfonso Portillo è stato estraditato, tornando nel suo Guatemala natale e dove, dopo poche ore con il giudice, è stato liberato pagando una cauzione di 130.000 dollari.
Portillo, secondo lo stile consolidato dei politici di tutto il mondo, invoca la persecuzione. Il peculato e la corruzione (sua e del suo governo 2000-2004) sarebbero solo un´invenzione. I giudici lo accusano di aver regalato 15 milioni di dollari dell´erario pubblico ai generali, ma i casi di corruzione sarebbero molti di più. La stampa, locale ed internazionale, non ha mai avuto dubbi nel segnalarlo come ¨il presidente più corrotto nella storia del Guatemala¨. Tutto un record.
L´estradizione, i partitari che lo inneggiavano all´aeroporto, la reclusione e l´immediata scarcerazione fanno però pensare più che altro al solito circo, montato apposta per celare un accordo extra-giudiziario. Portillo, delfino di Ríos Montt, potrebbe essere tornato in Guatemala non da accusato, ma da vincitore.

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Friday, September 05, 2008

Le cimici di Colom

Alvaro Colom, l´uomo che vuole cambiare il Guatemala, ha di che preoccuparsi. Ha infatti scoperto che il suo ufficio, quello della moglie e quello dove si riunisce il suo staff di governo è pieno di cimici. Parliamo di microfoni e minuscole videocamere, ovviamente, piazzati a suo dire dalla mafia che controlla il narcotraffico e la corruzione a livello governativo.
La situazione in Guatemala è abbastanza anomala. Come risultato degli accordi di pace del 1996, è stato eliminato il corpo militare che era predisposto alla protezione del presidente, una forza che spesso si era trasformata in uno strumento di repressione. Colom, presidente eletto democraticamente, si trova così nell´insolita posizione di non avere chi lo protegge. In questo caso è dovuto ricorrere all´esercito, che questo fine settimana ha passato al tappeto il Congresso, i tribunali di giustizia e la Corte suprema, alla ricerca di altri microfoni. Le scene, con i militari che prendevano possesso degli edifici pubblici in tenuta di guerra, ricordava i momenti peggiori delle dittature.
Colom è un uomo abbastanza solo. Ed è anche isolato. L´indagine sullo spionaggio la sta conducendo personalmente, coadiuvato da pochi, fidati consiglieri.

Cambiare il Guatemala, in queste condizioni, non sarà cosa facile.

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Sunday, March 16, 2008

La retromarcia di Colom

Colom ha fatto marcia indietro sulla pena di morte. A sentire lui la decisione è stata presa perchè la legge capitale sarebbe incostituzionale.
Il presidente guatemalteco prende quindi una via completamente differente da quella annunciata un mese fa, quando si apprestava a rendere esecutiva la pena capitale che attende una quarantina di condannati.
Colom afferma che, oltre all´incostituzionalità, si è avvalso anche del parere di esperti che gli hanno dimostrato, cifre alla mano, che la pena di morte non incide nella riduzione della violenza. A pesare c’è stata anche la presa di posizione della Chiesa cattolica e della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, che avevano già iniziato una campagna internazionale per denunciare la decisione guatemalteca proprio nell’anno della moratoria sulla pena capitale votata dall´Onu.
Il Guatemala ha bisogno di credibilità internazionale e l’applicazione delle esecuzioni non è il migliore biglietto da visita per un governo che si professa socialdemocratico.
Il costo politico interno di questa decisione sarà comunque inevitabile.
Una curiosità: la pena di morte in Guatemala vale solo per le persone di sesso maschile.

I commenti dei lettori della Prensa Libre: http://www.prensalibre.com/pls/temadeldia/index.jsp

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Monday, February 18, 2008

Il Guatemala rispolvera la pena di morte

Álvaro Colom ha compiuto i primi trenta giorni della sua presidenza incentrando le sue priorità sulla lotta alla criminalità. La trincea è la strada e sulla strada, in una settimana, ci hanno lasciato la pelle sette autisti di bus (undici in tutto il mese), categoria che è diventata l’obiettivo più esposto per i pandilleros. Gli assalti agli autobus, che erano diventati una costante nella capitale guatemalteca, sono stati ora repressi con la presenza di pattuglie dell’esercito che compiono i viaggi assieme ai passeggeri. 2800 poliziotti e tremila soldati sono dislocati in questi giorni per permettere il regolare funzionamento del trasporto urbano.
Ma la mano dura non finisce con la presenza militare alle fermate dei bus e nelle vie cittadine. Colom ha deciso di rispolverare la pena di morte, ristabilita sotto la presidenza di Arzú, e di renderla ora effettiva. Gli stessi 41 prigionieri del braccio della morte del carcere di Pavón hanno lavorato nei giorni scorsi per ristrutturare il loro funesto padiglione, mentre Colom ha dichiarato che chiedere la grazia sarà tempo perso, già che non ne concederà alcuna.

Le esecuzioni saranno effettuate per mezzo di un’iniezione letale ed hanno aperto una dibattito aspro nella società guatemalteca: http://www.jorgecabrera.com/blog/index.php/2008/02/13/vuelve-la-pena-de-muerte-la-sed-de-venganza/
Le ultime esecuzioni in Guatemala risalgono all’anno 2000, quando vennero giustiziati Luis Amilcar Cetín e Tomás Cerrate, autori del rapimento ed uccisione di Isabel Bonifaci de Botrán, erede della dinastia Botrán (
http://www.ronesdeguatemala.com/).
Sulla questione si è mobilitata Amnesty International, che ha chiesto a Colom di non riprendere le esecuzioni, già che solo due mesi fa il Guatemala aveva votato all’Onu a favore della moratoria internazionale.

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Tuesday, January 15, 2008

La via guatemalteca alla socialdemocrazia

Il Guatemala apre infine alla socialdemocrazia. Álvaro Colom ha assunto ufficialmente la presidenza della Repubblica e trova un Paese in piena emergenza sociale. 5780 omicidi nell’anno appena trascorso, una campagna elettorale violenta, che ha lasciato sul terreno almeno 50 morti, la divisione tra il Guatemala bianco e quello indigeno, nonchè la corruzione, la penetrazione del narcotraffico in qualsiasi grado della società ed una povertà endemica per la maggioranza della popolazione. Per Colom il compito sarà tutt’altro che facile: inaugurerà il suo governo con un piano di emergenza di cento giorni, che dovrà dargli la misura delle sue capacità di intervento sul sociale.
Colom ha messo comunque le mani avanti. Ha fatto sapere subito che i cambiamenti saranno graduali, perchè il Guatemala è un paese conservatore e tradizionalista. Niente radicalismi, sia in politica interna che estera. A chi gli chiedeva delle relazioni con Chávez, Colom ha risposto che la socialdemocrazia guatemalteca sarà un esperimento completamente differente dal modello bolivariano. In fondo, non è il migliore momento per solidarizzare con Chávez, le cui ultime dichiarazioni sulla legalità delle Farc hanno scatenato un putiferio.
Più vicino a Lula che a Chávez, quindi, Colom è un ingegnere di 56 anni che ha lavorato a lungo nel settore tessile. È un imprenditore e come tale appoggia il libero mercato, ma è convinto che è necessario investire nel sociale e creare modernità nei settori da sempre sottovalutati nell’universo guatemalteco: l’educazione, la salute, l’impiego. Per realizzare uno stato socialmente avanzato ha bisogno di soldi, per cui ha già annunciato che farà in modo che tutti paghino le tasse. Attualmente in Guatemala solo il 13% della popolazione paga qualche imposta, mentre gli imprenditori evadono più che possono. Secondo il loro ragionamento, non possono consegnare denaro ad uno Stato corrotto. Grazie anche a questo motivo, la metà dei tredici milioni di guatemaltechi vive con meno di due dollari al giorno.
Anche il narcotraffico gli soffierà sul collo. Solo pochi mesi fa uno dei deputati guatemaltechi fu il mandante dell´uccisione di tre colleghi del Salvador per una questione di droga. Insomma, il crimine organizzato è di casa in parlamento. Per riportare il Guatemala a galla, poi, l´ingegnere avrà bisogno di un’unità nazionale già che il suo partito non conta con la maggioranza in Congresso.
Compito duro, quello di Colom. La via guatemalteca alla socialdemocrazia per non essere un’utopia avrà bisogno anche di molta, ma molta fortuna.

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Friday, November 09, 2007

Colom per il Guatemala

Álvaro Colom è il nuovo presidente del Guatemala. Nel ballottaggio di domenica scorsa ha ottenuto quasi il 53% delle preferenze sul rivale, l’ex generale Otto Pérez, che si è fermato al 47%. Dopo una campagna violenta, che ha lasciato decine di morti, su tutto il processo elettorale ha pesato il solito inossidabile astensionismo, che ha fatto di queste elezioni una questione privata: alla fine, il 52% dei guatemaltechi non è andato a votare. Soddisfatti, però, gli osservatori internazionali: giá che Pérez ha riconosciuto la vittoria del rivale e che nella giornata del 4 novembre non ci sono stati morti ammazzati, per loro si è trattato di una “prova di maturità della democrazia guatemalteca”.
Evidentemente, i quasi cinquanta omicidi che hanno preceduto le elezioni, l’astensionismo galoppante ed il completo disinteresse di più della metà degli elettori non sono temi sufficientemente validi perchè gli osservatori parlino invece di una democrazia con gravissimi problemi.
Proprio a Colom, rappresentante di un centro-sinistra sul quale pesano molti interrogativi, toccherà l’arduo compito di ridare fiducia ad un paese che non ha mai saputo risanare le ferite della guerra interna di trentasei anni. Che a vincere sia stato lui e non Pérez è già di per sè un fatto positivo e l’aver invitato il suo rivale nel governo è un segno di scaltrezza politica che potrebbe fare bene al Guatemala. Colom sa che non può governare senza consenso e, se davvero vuole cambiare il Paese, avrà bisogno di mettersi d’accordo con chi davvero tira i fili del potere. La via delle riforme è lunga: il Guatemala è un malato sociale, rimane ora appurare fino a dove arrivi la volontà di guarirlo.

Colom si installerà il prossimo 14 gennaio.

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Tuesday, October 23, 2007

Dal Guatemala all'Iraq

La Prensa Libre del Guatemala ha pubblicato nella sua edizione domenicale le vicissitudini di “Jorge” un kaibil finito in Iraq a lavorare per una agenzia di sicurezza, la Your Solution per l’esattezza, responsabile di una delle ultime mattanze di civili.
I kaibiles sono le forze speciali dell’esercito guatemalteco che, rimasti senza lavoro, vengono contrattati come mercenari o come specialisti al soldo del narcotraffico.
“Jorge” racconta degli addestramenti clandestini in Honduras e di come gli sia stato inculcato come comportarsi in Iraq: “Tutti sono nemici –donne, uomini, bambini-, nel caso di un incidente bisogna uccidere”. Il prezzo delle stragi: uno stipendio di 2500 dollari al mese, sufficienti per tornare a casa e, con il quetzal svalutato, mettere su un negozio.
Il reportage:
http://www.prensalibre.com/pl/2007/octubre/21/185640.html

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Tuesday, September 11, 2007

Il Guatemala al ballottaggio

In Guatemala è andato tutto secondo le attese. Álvaro Colom, esponente della sinistra moderata e l’ex generale Otto Pérez, andranno al ballottaggio per decidere chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. I due non si sono nemmeno avvicinati al 50% delle preferenze necessario per un’elezione al primo turno, per cui dovranno affrontarsi nel testa a testa il prossimo 4 novembre. Colom, mancando poche schede da scrutinare, avrebbe ottenuto il 28% dei voti, mentre a Pérez è toccato il 24%.
Spicca nella giornata elettorale la relativa calma con la quale essa è trascorsa. I mesi della vigilia erano stati tesi, con quasi una cinquantina di omicidi ed un clima di intimidazione tra i più esasperati degli ultimi anni. Domenica, invece, ci sono stati solo alcuni scontri ed un tentativo di bruciare le urne nella località di Santa Rosa, situata nel sud del Paese. Secondo gli osservatori internazionali, non sono però da escludere brogli, anche se limitati ad alcune località delle più remote.
Come previsto, la partecipazione di Rigoberta Menchú è stata poco più che rappresentativa, un segnale per la comunità indigena che può e deve avere partecipazione nelle sedi istituzionali del Guatemala. Per la Menchú si parla di un 3% dei voti, un numero sotto le aspettative, ma che apre uno spazio perchè la politica ed il sociale possano essere fruiti da tutte le frange della popolazione. Il cammino è comunque ancora lungo e pieno di insidie e già il ballottaggio del 4 novembre darà un segnale se il Guatemala è pronto ad un cambiamento. Colom è l’uomo che può segnare una nuova tappa e dare un significato ad una democrazia addormentata, ma la destra -padrona da sempre del destino del paese- non starà certo a guardare.
Il sito del Tribunale elettorale guatemalteco:
http://www.tse.org.gt/

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Monday, August 27, 2007

Guatemala: la morte sulle elezioni

Si avvicinano le elezioni guatemalteche del 9 settembre. Cinque sono i candidati più accreditati, ma numeri alla mano, i sondaggi stanno dando Álvaro Colom e Otto Pérez come i possibili sfidanti per la presidenza. La formula di Rigoberta Menchú –che dispone di un grande prestigio internazionale, ma di poca fiducia in casa- non ha incantato i guatemaltechi: anche nell’atto finale della sua campagna è riuscita a riunire solo poche migliaia di simpatizzanti, termometro che la Menchú rimane lontana dal ballottaggio.
A due settimane dal voto, il Guatemala ha dimostrato ancora una volta la terribile immaturità della sua vita democratica, acquistata con tanta difficoltà al finire il 1996. Undici anni dopo la firma dei trattati di pace, il Paese non esce dal tunnel. Le istituzioni democratiche vengono messe a dura prova giorno dopo giorno da narcotraffico, violenza tra bande, gruppi di potere che mantengono il Guatemala sommerso nella miseria e nell’ignoranza. Le violazioni ai diritti umani sono costanti ed il processo elettorale non è stata l’eccezione: fino ad oggi si sono contati una quarantina di morti, la maggior parte dell’Une (Unidad Nacional de Esperanza), il partito di Colom.
Solo nell’ultima settimana ad essere colpiti sono stati i figli di due influenti rappresentanti del partito, Héctor Montenegro e Amilcar Méndez, uccisi in agguati dallo stampo mafioso. Non c’è dubbio che la proposta socialdemocratica di Colom spaventa la destra, abituata da queste parti a fare ciò che gli pare. A mancanza delle garanzie istituzionali, valgono sempre gli antichi metodi: violenza, uccisioni, repressione.
Il sito della Une:
http://www.une.org.gt/
Il tribunale elettorale: http://www.tse.org.gt/

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Saturday, June 16, 2007

Guatemala, dove l'adozione è un affare

Le Nazioni Unite hanno chiesto espressamente al governo guatemalteco di sospendere a tempo indeterminato le adozioni. Legale o illegale è diventato questo un affare incontrollabile, che lungi dall’assicurare un futuro ai bambini abbandonati consegna invece ingenti somme di denaro a genitori, avvocati, istituti e intermediari.
Ufficialmente, il Guatemala manda in adozione almeno cinquemila bambini all’anno, una cifra in media cinquanta volte maggiore degli altri paesi della regione centroamericana. Il numero è però molto più alto, già che rimane l’incognita delle adozioni illegali, un traffico alimentato da avvocati e notai che chiedono fino a 40.000 dollari per bimbo. In questo caso c’è un vero e proprio mercato nero per appropriarsi di neonati che, nel giro di una settimana dalla loro nascita, vengono affidati dalla loro madre alla nuova famiglia.
La vendita di bambini è il solito segreto di Pulcinella. In Guatemala tutti lo sanno, le autorità lo tollerano e solo il mese passato il governo ha infine sottoscritto la convenzione dell’Aja sulle adozioni. L’accordo entrerà in vigore però solo a partire dal primo gennaio del prossimo anno, per cui il rischio è che nei cinque mesi restanti la richiesta aumenti a dismisura, così come i prezzi. Da qui il monito dell’Onu al Guatemala, che sospenda le adozioni almeno fino al 2008; decisione che difficilmente il Guatemala prenderà, già che per farlo si dovrebbe modificare la Costituzione.
In parole povere, da oggi è in atto una moratoria di cinque mesi sul mercato nero dei neonati, con buona pace dei diritti dei più piccoli e di chi ha fatto di un dramma di vita un traffico.

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Sunday, June 03, 2007

Portillo: quando il crimine paga

Scagionato e con tante scuse: Alfonso Portillo, l’ex presidente guatemalteco non solo non andrà in carcere, ma non pagherà per i reati di corruzione per i quali era sotto investigazione da tre anni. Fuggito in Messico appena dopo la fine del suo mandato nel febbraio 2005, Portillo era stato subito incriminato dalle autorità guatemalteche per aver deviato 118 milioni di dollari dello Stato su conti personali e dell’esercito.
La giustizia messicana ha ora deciso di non concedere l’estradizione ed allo stesso tempo quella guatemalteca ha dovuto rinunciare al processo per un errore di procedimento. La decisione è stata presa dalla stessa Corte Costituzionale, che ora ha fatto di Portillo un uomo libero ed in grado di poter disporre del capitale con il quale si è arricchito durante la presidenza.
Portillo è senza dubbio un uomo fortunato. Nell’agosto 1982, durante una rissa tra ubriachi, uccise in Messico due persone e ne ferì un’altra dandosi alla fuga. Il reato cadde in prescrizione nel 1995 e Portillo potè lanciarsi tranquillamente alla carriera politica, appoggiato dall’elettorato evangelico e con un padrino d’eccezione: Efraín Rios Montt. Alla presidenza giunse nel 2000 mentre in carcere sembra proprio che non finirà mai. Con il doppio proscioglimento di questi ultimi giorni avrà tutto il tempo che vuole per godersi la vita.

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Saturday, June 02, 2007

Il gran vuoto spirituale

Abbiamo voluto che fosse maestoso perchè la gente capisca che si possono fare grandi cose in Guatemala”.
Con questa dichiarazione Jorge López, pastore della Fraternidad Cristiana, ha inaugurato il più grande tempio della chiesa evangelica in Centroamerica.
Dodicimila posti a sedere, 113.000 metri quadrati di costruzione, un eliporto, un costo di 29 milioni di dollari: la grande marcia delle chiese pentecostali in America Latina sembra non conoscere ostacoli.
La Fraternidad Cristiana conta meno di trenta anni di vita, pochi ma sufficienti per riunire tredicimila membri ed un capitale del quale non si possono fare stime. Non è la sola chiesa pentecostale, ovviamente, a riunire migliaia di fedeli in questo paese centroamericano: un guatemalteco su quattro è infatti cristiano evangelico.
Nella storia del Guatemala i pentecostali si sono insediati solo a partire dagli anni Settanta, ma il grande balzo in avanti l’hanno fatto con Ríos Montt, il dittatore che con la sua follia messianica ha scatenato il genocidio degli indigeni maya. Montt aveva un’idea ben precisa di quello che doveva essere il Guatemala: “Il guatemalteco è il popolo eletto dal Nuovo Testamento. Siamo i nuovi israeliti dell’America Centrale” aveva dichiarato all’inviato del New York Times. Detto e fatto: la crociata di Ríos Montt si rivolse soprattutto contro gli indios, che mandò a decimare attraverso la creazione delle Pac, le pattuglie di autodifesa civile ed i suoi fedelissimi in divisa.
Mentre massacrava indigeni, Ríos Montt raccoglieva milionate di fondi dagli ingenui fedeli statunitensi che pensavano davvero, grazie alle doti di imbonitori dei pastori Pat Robertson, Bill Bright e Jerry Falwell, che il Guatemala sarebbe diventato il regno di Dio in terra.
Il tempo ci ha rivelato che il dittatore genocida non sarà mai giudicato dagli uomini per le sue colpe ed ora ci dimostra anche come la Storia non insegni nulla. Alle prossime elezioni guatemalteche ci sarà anche Harold Ballestero, che è stato tra i più popolari pastori evangelici del Guatemala. Lasciato il pulpito, Ballestero ora vuole governare:
Dio non si è dimenticato del Guatemala e per questo ci ha portato Harold Ballestero” dice l'introduzione al suo programma elettorale. Tutto un programma.
La chiesa di Ballesteros: http://www.elshaddai.net/
La Fraternidad Cristiana: http://www.frater.org/

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Tuesday, March 13, 2007

Bush operaio

Solo per propaganda, però. In questa foto Bush ed il presidente guatemalteco, Oscar Berger, caricano casse di lattuga pronte per l’invio dal Guatemala agli Stati Uniti. Per attirare simpatie non si sa più che inventare. Comunque, fate attenzione alla cassa: ci sono solo tre lattughe, giusto per la foto.

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Sunday, March 04, 2007

Il Guatemala nel caos

Vi avevo lasciato qualche giorno fa con lo scandalo dei deputati salvadoregni uccisi in Guatemala. Subito dopo, un altro colpo di scena, degno di un filmaccio allo stile di Steven Seagal: i quattro poliziotti, ritenuti gli autori materiali dell’attentato, sono stati a sua volta eliminati da un commando entrato nel carcere di massima sicurezza del Boquerón dove erano rinchiusi. Il cadavere di un quinto poliziotto che avrebbe partecipato alla strage dei deputati è stato trovato bruciato, mentre un sesto si è consegnato alle autorità.
Insomma, una tristissima escalation che la dice lunga sulla qualità delle tanto decantate democrazie centroamericane. Narcotraffico, corruzione, crimine organizzato sono tutti infiltrati ai massimi livelli dello stato. Durante il mio viaggio di questa settimana ho parlato con uno dei risparmiatori che avevano denunciato nei mesi scorsi le manovre che hanno portato al fallimento del Banco del Comercio, uno dei più importanti del Guatemala. Da mesi vive nascondendosi perchè, dopo la denuncia avvenuta pubblicamente su un canale nazionale guatemalteco, è dovuto scappare per le minacce di morte ricevute.
Il Guatemala è una terra di nessuno. Il Banco del Comercio e il Bancafé sono falliti proprio per la presenza del crimine organizzato e del narcotraffico, innalzato ai massimi livelli grazie alla connivenza con il mondo politico. Più di un milione di persone hanno perso tutti i risparmi senza che lo Stato possa riconoscere loro un risarcimento. Negli ultimi nove anni, infatti, sono state ben sette le entità bancarie fallite, che sono costate all’erario più di mille milioni di dollari spesi inutilmente nel vano tentativo di salvare il salvabile. Ora, dice il presidente Berger, nel caso del Banco de Comercio e del Bancafé lo Stato non solo non pagherà un quetzal (la moneta locale), ma metterà in carcere i risparmiatori che si organizzino in proteste di piazza. Finora, questa misura è costata la vita a undici persone, tutti risparmiatori che si sono tolti la vita.
In una società estremamente chiusa come quella guatemalteca imprenditori e politici sono come il gatto che si morde la coda. Il mondo politico ha permesso e accettato che la situazione finanziaria degenerasse, perchè comunque ne ha tratto un beneficio diretto ottenendo prestiti immediati ed esagerati per amici e per finanziare propri affari. Non c’è da stupirsi, quindi, che proprio qui si ammazzino i deputati di un paese straniero, che la polizia sia implicata con il narcotraffico, che i banchieri usino i fondi pubblici per costruirsi ville da sogno, che le maras terrorizzino la gente, che la notte i commandos della morte facciano piazza pulita dei bambini di strada. Non c'è da stupirsi quindi se tutto questo concorrerà perchè, alle prossime elezioni, a vincere sarà il movimento indigeno.

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Saturday, February 24, 2007

La strage? Un errore di persona

Pescati da una telecamera: così sono stati trovati gli assassini dei tre deputati del Parlacen uccisi in Guatemala. E la sorpresa per gli inquirenti è stata ben grande, già che i sei autori materiali sono tutti poliziotti. Una telecamera che vigila l’autostrada che unisce Guatemala ed El Salvador mostra il momento in cui il fuoristrada dei deputati viene intercettato dalla pattuglia della polizia. Successivamente, il Gps installato sul veicolo degli agenti ha dimostrato come questi abbiano seguito l’itinerario dei salvadoregni fino al luogo delle esecuzioni.
Tra i sei c’è Luis Arturo Herrera, comandante della Dinc (División de Investigación Policial), un poliziotto tutto d’un pezzo conosciuto per aver seguito i più eclatanti casi di narcotraffico in Guatemala. Perchè poi, dicono gli inquirenti, proprio di questo si tratta. Herrera ed i suoi lavorerebbero per un cartello del narcotraffico e la strage di martedì scorso non sarebbe altro che un tragico errore. Sul telefono di Herrera sono state trovate chiamate dal Salvador proprio la mattina della strage. Chiamate che avvisavano l’arrivo di un carico di droga: i poliziotti, però, avrebbero clamorosamente sbagliato auto. Quando si sono resi conto dell’errore hanno deciso di eliminare i deputati per evitare di essere smascherati.
Escluso il movente politico, quindi, già che uno degli uccisi era Eduardo d’Aubuisson, il figlio minore di Roberto d’Aubuisson, il leader dell’estrema destra salvadoregna, fondatore di Arena, il partito al potere e mandante dell’omicidio di monsignor Romero, che resta?. Tutto qui, quindi? Un errore di persona? Difficile da pensare.
Il presidente Saca, poi, continua a parlare di un messaggio chiaro ai partitari di Arena:
http://www.laprensagrafica.com/nacion/723115.asp (qui l’audio). Una cosa è certa: siamo solo all’inizio di questo scandalo.

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Wednesday, February 21, 2007

Triplice omicidio sul Parlacen

Sarà destinato a fare parlare a lungo in Centroamerica l’omicidio di tre deputati salvadoregni avvenuto ieri in Guatemala. Farà discutere soprattutto perchè i tre erano rappresentanti di Arena, il partito della destra al potere nel Salvador ed una delle vittime era Eduardo D’Aubuisson, figlio minore di Roberto, il mandante dell’omicidio di monsignor Romero ed ideologo degli squadroni della morte.
Finora, non c’è nessuna pista chiara. La polizia sta cercando di ricostruire le ultime ore dei tre, che erano giunti a Ciudad de Guatemala per partecipare ad una riunione del Parlamento Centroamericano, il Parlacen. Insieme ad un autista sono finiti invece a 40 chilometri dalla capitale, dove sono stati prima giustiziati con un colpo alla testa e quindi dati alle fiamme assieme all’auto.
Resta da capire se si tratti di un crimine perpetrato dalla delinquenza comune o se siamo di fronte ad un omicidio politico o una resa di conti. I quattro erano infatti già giunti nella capitale guatemalteca e da lì sono stati attirati in una trappola. Proprio la particolarità dell’esecuzione spinge gli inquirenti a valutare ogni possibilità.
Ciudad de Guatemala è comunque una città violenta. Solo domenica scorsa diciotto persone sono state assassinate a testimonianza dell’alto grado di pericolosità ormai raggiunto da questa città. Ogni visitatore di rilievo riceve una scorta della polizia per evitare sequestri o furti. Lo stesso era successo ai deputati che, però, una volta giunti nel centro della città e sentendosi al sicuro avevano deciso di rinunciare alla presenza della polizia.

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Tuesday, February 13, 2007

Guatemala: meglio la mafia che la Menchú

Rigoberta Menchú ha annunciato la sua candidatura presidenziale, allo stesso tempo che la Chiesa cattolica ha denunciato la presenza dei cartelli del narcotraffico nelle prossime elezioni di settembre.
La candidatura ha già aperto un acrimonioso dibattito (come suole esserlo in Guatemala) sui meriti della Menchú. La classe dirigente guatemalteca (come quella boliviana e, in genere, di tutti i paesi con una forte presenza indigena) è gelosissima dei propri privilegi e chiara sul ruolo di dipendenza che le popolazioni autoctone devono ricoprire all’interno della società. Il processo in atto in Bolivia o in Ecuador spaventa e la possibilità che quello guatemalteco si trasformi nel prossimo governo a maggioranza indigena (secondo noi un processo irreversibile) mantiene la classe oligarchica –chiamiamola pure così- al bordo della crisi di nervi.
Basta dare un’occhiata ai corsivi sui giornali della destra, per rendersi conto del linciaggio morale a cui è sottoposta la Menchú (date un’occhiata a questo:
http://www.elperiodico.com.gt/es/20070212/opinion/36676/). La classe dirigente del Guatemala –ed i presidenti della cosiddetta “era democratica” l’hanno ampiamente dimostrato- continua ancora oggi ad avere nostalgia delle dittature dove sì le restrizioni e la repressione erano all’ordine del giorno, ma almeno si sapeva chi comandava.
L’idea radicata nel profondo di questa gente è che una come la Menchú, al massimo può servire come domestica nelle loro eleganti case. Difficili, quindi, da mandare giù che la “cholita” possa un giorno decidere le sorti del paese.
Meglio la mafia, quindi, i padroni del narcotraffico che portano con sè denaro e potere. La denuncia è stata fatta da monsignor Álvaro Ramazzini, che afferma come le cosche abbiano già piazzato i loro uomini nei posti più importanti della sfera pubblica.
Tornando alla notizia della candidatura della Menchú, mi sembra importante fare risaltare due cose: una che, secondo un sondaggio realizzato l’anno passato il 71,2% dei guatemaltechi voterebbe per un candidato indigeno; l’altro che il collettivo capitanato dalla Menchú parla già di quote di potere per schierarsi con un partito piuttosto che con un altro. Chi abbia pensato ad un estemporaneo fenomeno di folclore, può immediatamente ricredersi.

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Monday, January 08, 2007

Pulizia sociale in Guatemala

Esistono i commandi della morte in Guatemala? La risposta è sì. Qualche giorno fa parlavamo dell’anniversario dei dieci anni dalla firma degli accordi di pace e di come questa pace sia fittizia, soprattutto se posta in relazione allo stato di degrado che dimostra la società guatemalteca.
Uno dei fenomeni mai repressi è quello dei commandi della morte, strumento di morte e repressione paramilitare delle forze di polizia e dell’esercito. Durante il conflitto, le vittime di questi gruppi erano gli oppositori al regime, intellettuali, sindacalisti, studenti. Ora, a cadere sotto i colpi dei paramilitari sono i pandilleros e i niños de la calle, i bambini della strada, eliminati freddamente durante i raid dei gipponi.
Ne parlo perchè le sere dei fine settimana si trasformano in Guatemala in un abituale tiro al bersaglio. Il primo saldo di inizio anno parla di sei morti, tutti giovani sotto i venti anni ritenuti, per i loro tatuaggi, pandilleros.
Le associazioni per i diritti umani parlano di un disegno eversivo di pulizia sociale, studiato a tavolino e messo in atto dalla parte più estremista della polizia e dell’esercito. Già che le leggi non sono abbastanza dure, secondo la logica di questa gente, ci pensiamo noi a pulire le strade da chi vende droga, esercita la prostituzione o chiede anche solo l’elemosina. La media di minori di diciotto anni uccisi nella capitale guatemalteca ha raggiunto l’incredibile cifra di 57 al mese nell’anno appena concluso.
In questo articolo La Prensa Libre intervista sul Guatemala Anders Kompass, commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani:
http://www.prensalibre.com/pl/2007/enero/02/159785.html
Il senso dell’articolo è abbastanza semplice: sì esiste la pulizia sociale, lo Stato è debole e non sa come rispondere, non esiste una politica di prevenzione.
Casa Alianza lavora per togliere i bambini dalle strade delle città centroamericane:
http://www.casa-alianza.org/es/news.php

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Saturday, December 30, 2006

Guatemala: la pace dimenticata

Dieci anni fa il Guatemala festeggiava un evento storico: il raggiungimento degli accordi di pace tra guerriglia e Stato. Il saldo di quella guerra era stato uno dei più pesanti in America Latina: 36 anni di conflitto, 150.000 morti accertati, 40-50.000 desaparecidos, l’etnia maya quasi sterminata dal genocidio. E poi, un’eredità pesantissima, fatta di una memoria storica che lo Stato avrebbe voluto cancellare e che solo la volontà della Chiesa cattolica e di alcuni movimenti laici ha potuto mantenere intatta. Monsignor Gerardi, che più aveva voluto che non si perdesse il significato della Storia, nell’aprile 1998 pagò con la vita il suo gesto, a dimostrazione di come certi mali della società guatemalteca non muoiano. La recente richiesta d’estradizione da parte della Spagna di alcuni dei colpevoli dei misfatti più efferati nella storia recente dell’umanità (Ríos Montt primo fra tutti) e la difficoltà con la quale versa il procedimento ci fa intendere quanto poco sia servito quell’accordo di pace.
La società guatemalteca rimane tra le più violente dell’America Latina, eredità dei trentasei anni di guerra. I fucili e gli Ak 47 di quel conflitto sono passati direttamente dalle mani dei guerriglieri a quelle delle bande organizzate, delle pandillas, dei delinquenti comuni. La violenza aumenta (più di 6000 omicidi quest’anno), il tasso di analfabetismo non è mutato, la povertà è ormai alla soglia del 70% della popolazione, bianchi ed indigeni non trovano tratti di unione. Chi guarda a quella guerra che ha lasciato una stela di morte e distruzione non trova giustizia, perchè gli accordi –come nel Salvador- hanno cancellato ogni possibilità di processare i colpevoli dei massacri. Non è un caso che Ríos Montt sia richiesto in Spagna: deve rispondere infatti dell’uccisione di cittadini spagnoli e non delle migliaia di guatemaltechi che le sue PAC –i gruppi paramilitari- mandarono a morire.
Le cause che generarono quella guerra –il cui inizio rimonta ormai a quasi mezzo secolo fa- sono ancora vigenti e, se ci è concesso, oggi sono peggiorate. Se il Guatemala vorrà salvarsi dalla morsa dovrà infine trovare una maniera per restituire la dignità a tutti coloro che hanno sofferto e soffrono l’emarginazione, la povertà, la miseria ed il disprezzo da parte di quella porzione –minima- della popolazione guatemalteca che si crede ancora oggi padrona assoluta del Paese.
I testi degli accordi di pace:
http://www.congreso.gob.gt/gt/acuerdos_de_paz.asp

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Thursday, November 16, 2006

Guatemala: la fragile democrazia

La democrazia guatemalteca vacilla. Le richieste di estradizione presentate nelle settimane scorse contro otto militari coinvolti nella repressione e nel genocidio degli anni Ottanta hanno trovato la ferma opposizione dei tribunali del Paese. Dopo Ríos Montt, anche Víctores Mejía non sarà estraditato in Spagna per rispondere di una lunga serie di reati, tra cui l’incendio dell’ambasciata spagnola a Ciudad del Guatemala, che fece 37 morti e l’assassinio di quattro sacerdoti della stessa nazionalità. Víctores Mejía, ex generale golpista, nonostante il verdetto favorevole, è profugo. Il 6 novembre, il tribunale aveva infatti accolto la richiesta di estradizione, decisione ora refutata dalla giudice Morelia Ríos.
La giustizia guatemalteca si rifiuta di guardare in faccia la storia e si rifugia dietro tecnicismi che evitano che le persone che si sono macchiate della morte di migliaia di persone, della tortura e dell’esodo forzato di intere popolazioni, paghino i loro misfatti. È una prova della debolezza della democrazia guatemalteca che, dopo anni da quegli orrendi misfatti, continua a subire l’influenza ed il potere della cupola militare e dei grandi vecchi del regime.
L’unico ad essere stato inviato in prigione degli otto accusati è l’ex ministro della Difesa, Aníbal Guevara, evidentemente caduto in disgrazia.
Il sito della Fondazione Myrna Mack, che lotta per il rispetto dei diritti umani in Guatemala:
http://www.myrnamack.org.gt/

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