blog americalatina

Name: maurizio campisi

"Hay muchas maneras de contar esta historia, como muchas son las que existen para relatar el más intrascendente episodio de la vida de cualquiera de nosotros".

Monday, May 26, 2008

Dopo Marulanda, Cano

Tirofijo era lo pseudonimo con cui era conosciuto Manuel Marulanda, che però non si chiamava così –nome che aveva adottato in ricordo di un sindacalista morto ammazzato- ma Pedro Antonio Marín. È proprio morto, lo confermano le Farc, il 26 marzo, data in cui morì anche Beethoven, e la sua dipartita si somma a una lunga serie di disfatte.
Tutti si chiedono ora cosa faranno le Farc. La scelta di Alfonso Cano a sostituire Marulanda è già un´indicazione. Cano –il cui vero nome è Guillermo León Saenz- è l´ideologo del gruppo, e sarebbe su posizioni più moderate di Jorge Briceño Suárez, capo militare e irriducibile, proposto anche lui per succedere a Marulanda.
Chi è Cano? Di Bogotá, 60 anni, figlio di una maestra e di un agronomo conservatore, attivista del Partito Comunista colombiano, entrò nella clandestinità negli anni Ottanta. Sulla sua testa c´è una taglia da 5 milioni di dollari da parte del governo Usa, che lo accusa di narcotraffico, mentre la giustizia colombiana gli ha propinato 40 anni di carcere in contumacia per l´esecuzione di vari effettivi delle Farc accusati di voler disertare. L´impressione generale è che con Cano, che comanda le operazioni nell´oriente del Cauca, si possa trattare. Trattare, però, non significa la rinuncia delle Farc alle operazioni militari. Il governo colombiano lo sa e, per il momento, invece di avviare negoziati, manda le bombe, approfittando del momento di crisi delle Farc.
Una delle ultime interviste con Cano risale al 2001:

http://www.lainsignia.org/2001/febrero/ibe_072.htm

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Thursday, May 22, 2008

Un ranking per la pace

Cile, Uruguay e Costa Rica sono i paesi più sicuri dell’America Latina. Questo risulta dalla classifica stilata dal Global Peace Index, che mantiene la tendenza già registrata l´anno scorso. Parlare per percentuali risulta sempre relativo, già che non si tiene in conto la percezione che la popolazione ha della sicurezza del proprio paese, ma la classifica è comunque quanto di più si avvicina alla realtà.
L´indice in questione –voluto dall´Economist Intelligence Unit- (http://www.eiu.com/index.asp?rf=0) prende in considerazione ventiquattro differenti variabili, che vanno dalla criminalità, ai reati di varia indole, le spese militari, la penetrazione del terrorismo e così via. È scientifico, quindi, ma non umano. Quanti di voi vorrebbero vivere in Islanda, il paese che viene indicato come il più sicuro del mondo? Isolamento, freddo, oscurità per otto mesi all´anno. Meglio rischiare un poco di più, ma sentirsi a proprio agio. Per curiosità, comunque, qui il link: http://www.visionofhumanity.org/gpi/results/rankings/2008/

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Thursday, May 15, 2008

Marina se ne va

Marina Silva se ne è andata. E non mi sorprende. Da tempo, forse fin dall´inizio, la nomina della Silva era apparsa come un diversivo, una cortina di fumo per mascherare i veri piani del governo di Lula sull’Amazzonia. Il grande polmone verde dell’America è un affare dalle enormi proporzioni e la Silva, che lo ha sempre difeso, ha avuto tutti contro. Lula, soprattutto, a cui solleticano le piantagioni di canna da zucchero per la produzione del biocombustibile con il quale vuole fare viaggiare non solo i brasiliani del futuro ma anche gli europei e gli altri americani. Reinhold Stephanes, il ministro per l’Agricoltura, è stato in questi anni la mano lunga del presidente brasiliano. Attraverso il suo ministero ha fatto e sta facendo di tutto per giungere alle aree più degradate dell’Amazzonia e trasformarle in estese piantagioni di canne da zucchero. Insomma, Marina Silva era diventata un fastidio.
Giovedì scorso Lula ha presentato il piano per lo sviluppo dell’Amazzonia, un progetto monumentale di investimenti su una infrastruttura che sconvolgerà per sempre la regione. Il piano –che ha sostituito quello ecologista a cui stava lavorando il ministero della Silva- prevede il rinnovo catastale delle proprietà e premi per i fazenderos che si impegnano nella riforestazione, ma anche costruzioni di strade, porti fluviali, idrovie, centrali idroelettriche. L’Amazzonia vista come l´ultima frontiera da abbattere e dalla quale trarre il maggiore profitto.
La Silva è servita per cinque anni per dare al governo di Lula l’impronta verde ed ambientalista di cui aveva bisogno per acquistare credibilità soprattutto all’estero, dove è più marcata la sensibilità verso l’ambiente. Scoperte le carte, non c’è più posto per Marina, che si fa da parte perchè ha capito di essere obsoleta e fuori di contesto.
Ora, le sue dimissioni lasciano la via aperta non solo al partito dell’etanolo, ma a tutti quelli che, con appalti ed investimenti, cementeranno l’Amazzonia.
Carlos Minc, fondatore del Partito Verde, sarà il nuovo ministro dell´Ambiente (qui la sua pagina:
http://www.minc.com.br/). Buona fortuna.

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Friday, May 02, 2008

La sfida separatista di Santa Cruz

Si avvicina il giorno del referendum di Santa Cruz. Il progetto autonomista della regione ricca della Bolivia continua attraverso una chiamata alle urne che è stata da subito ritenuta illegale dal governo di Evo Morales. Si chiede la gestione delle risorse, il controllo del gettito fiscale e la facoltà di poter negoziare con La Paz l’apporto –economico e fiscale- della regione al resto del Paese. Ma non solo. Nel testo volano anche grossi paroloni come “nazionalità” e “diritto all’autogoverno” che nel contesto indicano una grande voglia di separatismo.
La sfida di Santa Cruz è arrogante e rischia davvero di spaccare in due il paese. I suoi leader, di fatto, non hanno mai riconosciuto il risultato delle urne che ha portato alla presidenza Morales e hanno sempre lavorato per distinguere la loro regione dal resto della Bolivia, limitando in tutte le maniere possibili le riforme e la vita politica del paese.
Santa Cruz, culla dell´oligarchia boliviana, la regione delle grandi risorse naturali, ha da sempre disegnato la Bolivia secondo le proprie necessità, designando governi che ne erano la sua espressione. Una volta che il gioco è finito, i grandi signori non vogliono più sottostare alle regole da loro stessi imposte e vogliono ritirarsi.
La questione è economica, è storica, ma è anche e soprattutto razziale. Inutile fare grandi discorsi, molto dell’attuale malessere si risolve al fatto che i cruceños non vogliono mischiarsi con i cholos, i pastori di alpaca e i consumatori di foglie di coca dell’altopiano. Della Bolivia multietnica, che nella nuova Costituzione vorrebbe riconoscere trenta lingue indigene, non sanno che farsene.
Santa Cruz, nella loro mentalità, è bianca, è progresso, è figlia dell’Europa colonialista e parla solo lo spagnolo di Castiglia (con un poco di inglese se si tratta di affari).
Anche se il referendum non verrà riconosciuto dall’autorità centrale, il solo fatto che esso si compia ha frenato –e forse definitivamente- il progetto della Costituente boliviana. Dopo Santa Cruz, infatti, anche le regioni di Pando, Tarija e Beni andranno alle urne per chiedere una Bolivia divisa in altrettanti stati autonomi. Per Morales, nubi oscure all'orizzonte: la frattura è vicina, molto vicina.
Santa Cruz voterà domenica.
Tarija libera:
http://www.tarijalibre.tarijaindustrial.com/
Santa Cruz: http://www.comiteprosantacruz.org.bo/
La Costituente boliviana: http://www.constituyente.bo/
Il movimento Camba: http://www.nacioncamba.net/index2.htm
Il governatore di Santa Cruz dice no alla Costituente: http://www.youtube.com/watch?v=07SzNw3mh_I

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Sunday, April 27, 2008

Mille palloncini per un'utopia

L’America Latina è da sempre la terra dell’impossibile fatto possibile. La fantasia, però, a volte riserva un finale amaro. Il sacerdote Adelir Antonio De Carli voleva volare sopra il Brasile, o almeno sopra il Paraná, attaccato a mille palloncini colorati, i classici palloncini da festa. Una piccola, trasognata, utopia che sarebbe servita anche per raccogliere fondi per le famiglie dei camionisti in sciopero a Paranaguá. Lo aveva già fatto una volta, per quattro ore, ed era arrivato fino in Argentina.
Questa volta De Carli è decollato sotto la pioggia, ma poi di lui non si è più saputo niente.
I palloncini sono stati ritrovati sull’Atlantico, mentre del sacerdote non c’è traccia. Secondo la famiglia è disperso nella giungla, ma i soccorritori, dopo aver passato al tappeto 5000 chilometri quadrati in cinque giorni, hanno ora abbandonato le ricerche.
http://es.youtube.com/watch?=12JUGvwA6Gc&feature=related

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Monday, April 21, 2008

Lugo presidente, Paraguay alla svolta

Fernando Lugo è il nuovo presidente del Paraguay. La vittoria dell’ex vescovo pone fine al dominio incontrastato del Partido Colorado, la creatura di Alfredo Strossner, che ha retto le sorti del paese sudamericano per sessanta anni.
Con questa presidenza, il Paraguay si aggiunge ai paesi latinoamericani che hanno deciso negli ultimi anni di accogliere proposte progressiste, dalla socialdemocrazia al bolivarismo, e che hanno cambiato in forma decisa il panorama geopolitico del continente.
In Sudamerica oggi resistono solo due governi centristi, quello colombiano di Uribe e quello peruviano di Alan García. Una tendenza che è figlia del malessere della società verso le proposte della destra o dei conservatori, che hanno dominato a lungo sempre e solo per la propria casta di eletti. La peculiarità di questo movimento di sinistra, movimento che viene dalla società che risponde così, in maniera democratica, facendosi del potere dove le proposte rivoluzionarie avevano fallito, è la sua eterogeneità e la sua casistica che muta di paese in paese.
Possiamo parlare di risveglio americano, proprio quando a dominare è la tendenza al mercato aperto e al liberalismo sfrenato. Mentre i centri di potere vogliono imporre la propria logica di consumo, la gente in America Latina continua a dire di no, a credere che un’altra via sia possibile. Da dirimere è però proprio questa matassa, quella delle soluzioni alternative.
Ora bisognerà vedere dove si collocherà il Paraguay di Lugo. L’ex vescovo non è stato solamente un religioso, ma un uomo fortemente compromesso con i più bisognosi, spesso in prima linea nell´osteggiare lussi ed esagerazioni, nonchè la corruzione, dei potenti. Un prete che diventa presidente: Lugo è anche questo, a sottolineare quanto labile sia, in fondo, la linea che separa il sacro dal profano, la religione dalla politica. Si potrebbe discutere a lungo. Ora, dopo le parole –e di parole ne sono state spese tante da quando, nel Natale 2006 Lugo annunciò, da vescovo, la sua candidatura- è l’ora dei fatti. Il Paraguay (sei milioni di abitanti in un territorio poco più grande dell´Italia) è un paese che ha un disperato bisogno di cambiamenti. Lugo, per cominciare, ha promesso una riforma agraria, tema che in America Latina ha sempre suscitato grandi passioni e grandi tragedie. La via per lo sviluppo per l´ex vescovo comincerà dalle campagne e con essa anche lo scontro, inevitabile, con l´oligarchia.

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Thursday, April 17, 2008

La crisi alimentaria, pane del futuro

La crisi alimentaria c’è, è cominciata da tempo e si tocca con mano. Non solo ad Haiti, dove le recenti proteste contro l’alto prezzo dei commestibili, a cominciare dal riso, hanno scatenato violente manifestazioni di piazza, ma tutta l’America Centrale ed i paesi caraibici risentono di questa contingenza.
L’allarme è stato dato in maniera ufficiale durante il Foro Economico per le Americhe, in svolgimento a Cancún, ma basta dare un’occhiata alle strade delle principali metropoli o alle campagne per rendersi conto di come il continuo aumento del petrolio stia impoverendo velocemente le economie latinoamericane.
E c’è davvero da preoccuparsi se presidenti conservatori, come Antonio Saca e Manuel Zelaya, avvertono che le speculazioni sul prezzo del petrolio stanno riportando il Centroamerica alla povertà di due decenni fa: “Il petrolio è prodotto di una speculazione finanziaria che sta abbattendo le nostre economie”, parole di Saca.
I dirigenti delle banche presenti a Cancún fanno però i sordi e decantano invece le virtù del mercato cinese, come se lo scambio di prodotti con il colosso orientale possa risolvere ogni problema (“la Cina sarà importante per il futuro della regione, l’importante è diversificare le esportazioni”, William Rhodes di Citybank).
Per i presidenti centroamericani la Cina sarà anche importante (senza contare che molti riconoscono ancora Taiwan), ma intanto devono fare i conti con i prezzi degli alimenti: alcuni di quelli importanti sono aumentati nell’ultimo anno dell’80%. Fumo negli occhi, insomma.
Le stesse critiche cadono anche sui biocombustibili. Finalmente, sono stati provati gli alti costi –non solo economici, ma anche del grande dispendio di risorse naturali, acqua compresa- di un’industria che potrebbe affamare definitivamente il mondo del futuro. In Centroamerica, per bilanciare le cose si guarda di nuovo con interesse alle energie alternative. In una regione costellata di vulcani, Honduras, El Salvador e Guatemala hanno annunciato un piano comune per l’estrazione di energia geotermica. Se attuato, sarebbe una buona notizia. In Costa Rica già funzionano quattro impianti, qui il link:(
http://www.grupoice.com/esp/ele/infraest/electric/instalac2.htm).
Le strade sbagliate però, in nome del denaro facile e degli affari, sono ancora molto trafficate. Le soluzioni, per i grandi centri finanziari, passano giocoforza dal petrolio, per cui la crisi alimentara nei prossimi anni stiamone certi, aumenterà.

Intanto, il Banco Mondiale invierà un aiuto ad Haiti per affrontare la crisi degli alimenti. La cifra? Dieci milioni di dollari. Briciole, no?

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