Messico: due timonieri, il paese alla deriva

In questo panorama non c’è da sorprendersi se sorge un López Obrador a proclamarsi il presidente legittimo al termine di un processo elettorale marcato dai soliti brogli. Le reazioni internazionali sono state di rifiuto a questa presa di posizione, mentre Calderón ha giudicato l’atto come una prova delle libertà democratiche del Messico. In realtà se Calderón spiega così la trovata di López Obrador c’è da preoccuparsi. Il problema del Messico è proprio questo: ognuno fa quello che gli pare, nessuno vuole prendersi responsabilità e questa non è democrazia, ma anarchia. Il conflitto di Oaxaca ne è una prova: da sei mesi polizia e militari si prendono a sprangate con la gente comune (maestri, impiegati, operai, studenti) ed il governo centrale non è riuscito a trovare una soluzione. Il narcotraffico si è ormai insediato nello Yucatán, ultima frontiera della perdizione; si ammazzano i giornalisti che denunciano (due nell’ultima settimana); la corruzione dilaga a tutti i livelli della società; Oaxaca è in rivolta; il Chiapas continua nell’abbandono; le donne sono volutamente e premeditamente oggetto di violenza; la strada dell’emigrazione è stata sbarrata da un muro e dalla National Guard.
Nessuno risolve i conflitti nel Messico del nuovo secolo. L’economia, almeno, tira ancora un poco. Sufficiente per i signori che muovono le sorti del Paese: finchè si fanno soldi, che il paese vada pure allo sfascio.
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