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"Hay muchas maneras de contar esta historia, como muchas son las que existen para relatar el más intrascendente episodio de la vida de cualquiera de nosotros".

Sunday, October 15, 2006

La lucida follia di Sendero Luminoso

Abimael Guzmán è stato infine condannato all’ergastolo. Con lui ha ricevuto la stessa condanna tutta la cupola di Sendero Luminoso. La sentenza è arrivata venerdì sera, al termine di quasi un anno di dibattimento.
Pubblico qui uno dei miei lavori su Sendero e il Comandante Gonzalo:

La storia di Sendero Luminoso è stata la storia di una follia. Una lucida pazzia, nata e cresciuta nella mente di un professore di filosofia di provincia e alimentata, come una pianta malata, nelle aule scolastiche, nelle periferie disagiate, nelle campagne arretrate. Il professore in questione si chiama Abimael Guzmán Reynoso, nato a Mollendo, un piccolo paesino della regione di Arequipa nel dicembre del 1934. Se Lima è la capitale del Perù, Arequipa per anni ne diventa l’alter ego intellettuale, centro di idee e focolaio di movimenti. Quello della sierra è un altro mondo, quasi un’altra nazione. Lontana quasi mille chilometri dalla capitale, Arequipa –la città bianca- dà forma, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, ad una generazione critica, costantemente alla ricerca di formule differenti per un Perù che vuole difendere i valori della democrazia. Per le sue vie transitano personaggi destinati a diventare notizia: lo scrittore Mario Vargas Llosa, lo sgherro Vladimiro Montesinos, l’economista Hernando De Soto sono figli di questa città.
Guzmán da Mollendo si trasferisce sin da bambino ad Arequipa, per frequentare il collegio La Salle, retto dai religiosi delle scuole cristiane. È rimasto orfano di madre a cinque anni ed il padre, che si è risposato due volte, lo manda prima al Callao quindi, a partire dal 1947 nel collegio di Arequipa. A ventotto anni è già professore ed ha lasciato per sempre la natura dei suoi studi di stampo cattolico per approfondire l’indagine su Hegel e Marx. Il suo primo matrimonio è del 1964, quando si sposa con Augusta La Torre, figlia di un dirigente comunista. Chiamato all’Università San Cristóbal di Huamanga viene colpito dalla personalità del rettore, Efraín Morote Best, un antropologo che lo spinge ad apprendere il quechua e a partecipare attivamente nella vita politica. L’opposizione al regime, l’attrazione fatale del maoismo, la questione indigena collimano nella mente di Guzmán in un’unica teoria. Ci vogliono anni per unire i vari tasselli, ma alla fine il professore crede fermamente che per ridare speranza al Perù c’è bisogno di una rivoluzione. I militari, intanto, fanno quello che vogliono. Depongono il governo democraticamente eletto di Fernando Belaunde e insediano al suo posto Juan Velasco Alvarado, che dà vita ad un programma riformista fortemente contrastato. Guzmán conosce per la prima volta la prigione. È infatti tra i membri del Partito Comunista che si oppongono non solo al regime, ma anche ad un ritorno alla legalità democratica. Durante gli anni a Huamanga, Guzmán è entrato in stretto contatto con la realtà delle comunità indigene locali, arrivando anche ad apprendere la loro lingua, il quechua. Conosce così da vicino lo sfruttamento dei contadini, abbandonati nella loro ignoranza e povertà, tema già abbondatemente trattato da Carlos María Mariátegui, che negli anni Trenta aveva fondato il Partito comunista peruviano. Con gli anni Sessanta l’esperienza cinese aveva cominciato ad attrarre una nuova generazione di intellettuali delle università di Ayacucho e di Huamanga. In seguito alle discordanze, il partito si divide in due, raccogliendo da una parte i filocinesi e dall’altra i seguaci delle teorie di Mariátegui. Guzmán vede nella situazione degli indigeni quechua la stessa sorte dei contadini cinesi, liberati dal loro stato di asservimento con la rivoluzione maoista. Un breve viaggio in Cina, nel 1965, lo convince che quella della rivoluzone è la via da seguire. Di ritorno in Perú, il già diviso Partito comunista subisce ulteriori scissioni, tra cui quella promossa da Guzmán. Quando viene rimesso in libertà Guzmán, a cui è stata revocata l’abilitazione all’insegnamento, decide di entrare nella clandestinità. È il 1975, ed il futuro presidente Gonzalo –come si farà chiamare dai suoi proseliti- fonda il Partido Comunista del Sendero Luminoso, facendo riferimento ad una citazione presa a forza dal saggio fondamentale della sinistra peruviana, i “Siete ensayos de interpretación de la realidad peruana”, di Mariátegui. In esso, il marxismo veniva appunto segnalato come il sentiero luminoso, la via da seguire. Il rigido pensiero ideologico, la convinzione di essere portatore della verità assoluta, la cieca obbedienza al leader sono solo alcune delle caratteristiche di Sendero Luminoso. Guzmán rielabora il pensiero maoista presentando sè stesso come il centro del quarto stadio di sviluppo del marxismo che avrebbe conquistato il mondo.
Ad aiutarlo ha dalla sua una veemente e fluida oratoria, grazie alla quale convince centinaia di studenti delle università peruviane: dalle iniziali di Ayacucho e Huamanga, le cellule senderiste passano ad essere presenti negli atenei di Tacna, Huanuco e infine di Lima. La carriera di sobillatore sembra avere però vita corta. Il servizio segreto ne segue i movimenti e nel 1979 lo arresta. Incredibilmente, sono alcuni alti ranghi dell’esercito a garantire a Guzmán la scarcerazione, aprendo di fatto la stagione del terrore. Sendero Luminoso decide infatti, nel suo IX congresso tenutosi in forma clandestina ad Ayacucho, di passare alla lotta armata. Ai simpatizzanti viene ordinato di trasferirsi nelle remote zone della sierra per iniziare la sollevazione. Il Perú, che sta tornando alla democrazia dopo le dittature di Velasco e di Bermúdez, invece di essere pronto per la rinascita è, a sua insaputa, sul bordo dell’abisso.
I primi a farne le spese sono gli animali. Sendero decide infatti di fare la sua apparizione con un macabro rituale. Nelle principali città peruviane decine di cani randagi appaiono strangolati ed impiccati ai pali della luce: è il segnale che indica ai migliaia di simpatizzanti il passaggio all’azione. Il gesto proviene, neanche a dirlo, dalla Cina ed il suo significato, l’impiccagione dei cani, è che il tiranno deve morire. Alcuni portano al collo una scritta per il momento ancora misteriosa ai più: “Viva Gonzalo!”. Passano poche settimane e questa volta gli animali si trasformano in bombe. Liberati nei mercati con addosso esplosivo, cani, asini, galline esplodono davanti alle stazioni di polizia, nel mezzo di consigli comunali, nei mercati, causando il panico tra la gente. Ufficialmente, la rivoluzione di Sendero Luminoso inizia, in questa maniera, il 17 maggio 1980.
Conoscendo la storia e la psicologia delle genti di discendenza inca, Abimael Guzmán predica nelle valli presentandosi come l’incarnazione di Incarri, il sole che nella mitologia incaica torna per ridare speranza ed unità alla nazione Quechua. Sono in molti a seguirlo, convinti che la rivoluzione, per quanto sanguinosa, sia un passaggio necessario per creare una società migliore. A credergli è la gente comune, contadini, disoccupati, operai, ma anche tanti intellettuali, professori, gente di cultura, professionisti solo in apparenza indifferenti alla politica e ai cambiamenti radicali. Guzmán li attrae come una forza magnetica e li adopera per entrare in ogni strato della società peruviana: “Gli occhi di Gonzalo sono dappertutto”,come si scrive sui muri, diventa non solo un motto, ma anche un pericoloso avvertimento. Per chi sgarra, infatti, c’è solo una condanna: a morte.
Per chi fa la scelta di seguire Sendero Luminoso non c’è infatti marcia indietro. Per i pentiti c’è in serbo una brutta fine, sia che siano in carcere, protetti dalla polizia o fuggitivi. Proprio perchè gli occhi di Gonzalo sono dappertutto.
La rivoluzione dei maoisti peruviani comincia così, con il massacro di animali inermi. È solo questione di tempo, pochi mesi in realtà, perchè a cadere siano le persone. Nel 1981 la sierra non è già più un posto sicuro. Ci sono i primi morti ammazzati e le prime vere azioni militari di Sendero, come l’assalto al carcere di Huamanga o la presa della stazione di polizia di Vilcashuamán, che si consumano senza una vera reazione da parte delle autorità, che appaiono stordite, impreparate. Lo Stato è debole e Gonzalo lo sa benissimo quando decide di alzare ancora di più il tiro per colpire il vice prefetto di Huamanga, César del Solar. Il presidente Belaunde, il primo rappresentante civile a coprire questo incarico dopo anni di dittature militari (e che si riprende un potere che gli corrispondeva dal 1968, anno in cui venne deposto da un colpo di Stato), alla fine del 1982 decide finalmente di porre sotto la giurisdizione delle forze armate i distretti dove è più viva l’azione di Sendero, quelli di Ayacucho e Andahuaylas. Quando comincia il 1983, Ayacucho è una città blindata. L’esercito, mandato per dare un segnale di forza, ma anche di fiducia e di speranza alla popolazione, si trasforma ben presto in un agente in più della spirale della violenza. A farne le spese sono proprio i civili, su cui cade indiscriminatamente il sospetto di appoggiare le cellule senderiste. Sotto accusa sono soprattutto gli studenti, i contadini, gli operai: l’esercito colpisce alla cieca e, di rimando, i rivoluzionari rispondono con tutto il loro feroce fanatismo. Sono giovanissimi e spietati, imbevuti di una ideologia dove non c’è spazio per la pietà. Entrano nei villaggi della sierra cercando appoggio logistico e vettovagliamento e quando non lo trovano uccidono. L’eccidio di Lucanamarca, dell’aprile 1983, nè è un esempio. Quando i loro leader vengono cacciati dal villaggio, i senderisti si vendicano entrando di notte nelle case e massacrando a colpi di machete 69 tra uomini, donne e bambini. Sono queste quelle che il presidente Gonzalo chiama “zone liberate”, dove vorrebbe instituire la sua amministrazione e la sua giustizia, e dove invece la gente si ribella. Come risposta, l’esercito colpisce anche lui nel mucchio. Le comunità indigene sospettate di connivenza vengono rase al suolo e gli abitanti fatti sparire. La prima fossa comune di desaparecidos viene scoperta a Huanta, nell’agosto del 1984 con cinquanta corpi. I civili si trovano nel mezzo di una follia. Non sanno con chi stare e, anche se non prendono posizione, rischiano lo stesso di morire. La violenza diventa cieca e non guarda più in faccia nessuno. Quando un gruppo di sette giornalisti entra nella comunità andina di Uchuraccay per stabilire le responsabilità di una strage avvenuta poco tempo prima, viene massacrato dalla popolazione isterica. Uno di loro, il fotografo Willy Retto, in un documento impressionante scatta fino all’ultimo con la sua macchina fotografica, mostrando l’incontro con gli abitanti del villaggio, i primi fucili che compaiono e, infine, le esecuzioni. La stessa sorte soffrono a Callqui sei pastori evangelici, eliminati dagli squadroni dell’esercito che li reputa fiancheggiatori dei senderisti. Sono i casi più eclatanti, ma la spirale è continua, cieca e non si ferma.
Uchuraccay dimostra la grande frattura apertasi nel seno della società. Forze politiche, magistrati, esercito rivelano tutto il loro contrasto e la divisione con la società civile durante le indagini svolte dalla Commissione che era stata formata per stabilire la verità sulla strage. Lo scrittore Mario Vargas Llosa, che la presiedeva, viene chiamato dal Tribunale di Ayacucho, fortemente influenzato dall’esercito, e costretto a dichiarare per quindici ore di seguito sempre in piedi, in un’udienza pubblica, continuamente disturbata da interruzioni e provocazioni.
Sendero, intanto continua a impartire la lezione del terrore. Come si addice all’insegnamento spietato di Abimael Guzmán, la rivoluzione è cruenta e sanguinosa. Proprio il sangue e la ricerca per il gesto sadico e ad effetto, caratterizzano le azioni di Sendero. Ci sono decapitazioni pubbliche, impiccagioni ai pali della luce, omicidi in teatro, sacerdoti squartati, lingue tagliate, massacri a colpi di machete. Nel vocabolario del presidente Gonzalo, la pietà non esiste. Le popolazioni della sierra, ridotte allo stremo, adottano per rappresaglia gli stessi sistemi: quando un senderista viene catturato, è bastonato a morte e poi sepolto verticalmente, ad indicare lo spregio per il cadavere e per l’anima che, in quella posizione, non troverà mai pace nemmeno nell’aldilà.
È il 1985 quando il conflitto entra ormai nella capitale. Auto bomba esplodono nei parcheggi di Lima, mentre a zittire ogni possibilità di dialogo politico, viene in maggio l’assassinio del deputato dell’Apra, Luis Aguilar Cajahuamán. L’Apra, partito storico della socialdemocrazia latinoamericana, aveva provato in tutti i modi di instaurare un colloquio con i leader di Sendero. L’uccisione del deputato rimarca come, se ce ne fosse stato ancora bisogno, l’unica lingua capace di parlare Guzmán era quella delle armi. Nonostante tutto, Alan García, eletto presidente proprio quell’anno, nell’agosto crea una Commissione per la pace, con l’arduo compito non solo di cercare dei canali preferenziali per trattare con Sendero, ma anche con quello di limitare gli eccessi delle forze armate. Un altro eccidio, quello di Accomarca, aveva infatti scosso l’opinione pubblica per il massacro indiscriminato di sessantanove contadini inermi.
La pace rimane però solo una parola. Un anno più tardi, nel giugno del 1986, approfittando del XVII Congresso dell’Internazionale Socialista che si teneva a Lima e per la prima volta in un paese latinoamericano, i carcerati di Sendero si ammutinano. Vogliono richiamare in questa maniera l’attenzione del mondo su come vengono trattati e cercare approvazione dalla comunità internazionale per quella che ritengono la loro lecita rivoluzione.
Quando scoppia la rivolta, García delega il Consiglio Nazionale di Difesa di attendere la situazione. Quello che ne risulta è un massacro: 126 carcerati vengono uccisi nella prigione di Lurigancho, 138 in quella del Frontón e due in quella di Santa Bárbara. Il governo disconosce i fatti, dice García, anche se alla fine è la Guardia Repubblicana, quella più vicina al presidente, ad essere incriminata del fatto. Non c’è più tempo per una marcia indietro: la Commissione per la pace si dimette in blocco e a parlare, d’ora in avanti, saranno esclusivamente i fatti d’armi. Successivamente, il Parlamento approva una legge simile a quella che in Colombia ed in Guatemala diedero vita ai gruppi controrivoluzionari. Si armano i contadini perchè possano difendersi e, di fatto, sia dà via libera alle uccisioni indiscriminate dove anche solo il sospetto o le vendette personali sono sufficienti indizi per eliminare persone innocenti.
D’ora in avanti, è guerra aperta. Le vittime si contano nell’ordine delle migliaia: alla fine, secondo la ricostruzione della Commissione per la verità e la riconciliazione, che ha terminato i suoi lavori nel 2003, sono quasi settantamila; 4644 le fosse comuni ritrovate. Ma l’eredità lasciata da Sendero Luminoso e dalla repressione attuata dalle Forze Armate è stata quella di aver militarizzato la società e di aver permesso l’ascesa di un nuovo dittatore, questa volta mascherato dietro un supposto potere civile, Alberto Fujimori.
Sendero, intanto, è per molti versi un’incognita. I suoi leader non cercano popolarità: non appaiono sui giornali, non rilasciano interviste, non hanno facce e nemmeno nomi reali. Li si conosce con i loro soprannomi di battaglia e sono, insomma, l’espressione della più completa ortodossia. Per rendere pubblici i loro proclami, utilizzano metodi ritenuti arcaici nell’epoca delle tecnologie informatiche, come il volantinaggio, il passa parola o, nel peggiore dei casi, il cartello che veniva abbandonato sulla vittima di turno. Sono contro tutto e tutti. Tacciano i giornali e le televisioni di essere espressione della borghesia e, per questa ragione, non li contattano per divulgare appelli o interviste. Ma l’ortodossia del presidente Gonzalo va ben oltre il ripudio dell’informazione. Fedele alla linea di un comunismo delle origini, disegnato sul modello della Cina maoista, taccia di traditori l’Unione Sovietica, con i suoi satelliti latinoamericani –Cuba e Nicaragua-, perchè colpevoli di rappresentare l’altro imperialismo; e la Cina di Deng Xiao Ping per avere cancellato la rivoluzione di Mao. Guzmán, mentre Urss e Cina si aprono timidamente al mondo, va in senso diametralmente opposto: vuole militarizzare tutti i partiti comunisti del mondo, perchè è convinto che il marxismo sia arrivato al punto finale della sua evoluzione. Solo armando i ranghi di partito può essere garantita la dittatura del proletariato.
Il pensiero di Gonzalo si muove nella più completa ortodossia. La rivoluzione senderista nasce dall’unione tra contadini e operai, dove questi ultimi avrebbero ricoperto il ruolo di classe dirigente ed i primi, la forza motrice. La ribellione, nata nelle campagne e negli altopiani della sierra, si estende alle città, al ritmo di esplosioni e di omicidi. Se la provincia è presa dall’anarchia, la capitale rischia ormai anch’essa di soccombere. I così chiamati “pueblos nuevos” che circondano Lima –quartieri sorti dal nulla e nel nulla, privi di ogni pur minimo servizio, dove manca di tutto, dall’acqua all’elettricità, dalla raccolta rifiuti alle scuole- pullulano di cellule di Sendero, che trova nel malcontento il terreno fertile per propagare le sue idee di rivoluzione. Ma, come era successo per Ayacucho e Huamanga, sono le università il vero fulcro delle attività senderiste. Nel maggio del 1988 l’Università San Marcos, tra le più prestigiose del paese, viene occupata dagli studenti. Anche questi sono divisi: da una parte ci sono quelli che protestano per gli eccidi compiuti dall’esercito nelle comunità contadine delle Ande; dall’altra i reclutatori di Sendero che trasformano le aule in santuari del credo senderista. La polizia interviene e negli scontri viene ucciso uno studente, Javier Arrasco. Lima, come cinque anni prima era toccato ad Ayacucho, diventa una città blindata. Il rischio attentati è altissimo, mentre continuano a cadere rappresentanti del potere civile, nel tentativo di indebolire la struttura dello Stato.
Eppure, quando la strategia di Abimael Guzmán sembra infine premiare Sendero, le cose cominciano a cambiare. Nel giugno del 1988 viene arrestato uno dei fondatori di Sendero, Osmán Morote e poco dopo, con l’assassinio del suo avvocato, Manuel Febres Flores, fanno la violenta apparizione gli squadroni della morte. Tutti contro tutti. Questa sembra essere la parola d’ordine nel Perú della fine degli anni Ottanta: si ammazzano contadini (la strage di Cayara, 31 morti); si eliminano giornalisti (Hugo Bustíos Saavedra, corrispondente di Caretas da Ayacucho); si sviluppano vere battaglie campali come a Jauja (59 morti tra l’MRTA –l’altro gruppo sovversivo- e una decina di soldati); si uccidono professori universitari (l’ingegnere Abelardo Ludeña Luque), ex ministri (Orestes Rodríguez Campos, ucciso assieme a suo figlio ed Enrique López), e sacerdoti (don Víctor Acuña); si fanno esplodere autobus (5 morti tra la guardia presidenziale); si attaccano villaggi indifesi (Cochas, Pampachancha).
L’elezione di Fujimori a presidente, invece di allentare la tensione, fa di Lima un campo di battaglia. “El Chino” usa la mano dura e gli squadroni della morte –con il beneplacito del servizio di intelligenza diretto da Montesinos- agiscono indisturbati nella stessa città. Paradossalmente sarà proprio il 1992, l’anno della cattura di Guzmán, il più tragico. Gli ultimi colpi di Sendero sono rivolti contro attivisti dei diritti umani, sindacalisti, contadini, operai, giudici di pace nel tentativo di minare le istanze democratiche della società civile che finalmente insorgeva per chiedere la pacificazione del conflitto. Tra gli ultimi a cadere, nel febbraio 1992, c’è María Elena Moyano, attivista premiata con il Principe di Asturie in Spagna per il suo lavoro nelle comunità femminili dei pueblos nuevos. La folla di trecentomila persone che accompagna il suo funerale è l’espressione definitiva del ripudio popolare per la follia visionaria di Sendero Luminoso che, lungi dall’intendere il solco ormai tracciato a dividerlo dalla base popolare, compie in luglio l’attentato più efferato. Un camion con 500 chili di dinamite scoppia nell’elegante quartiere di Miraflores, di fronte a cinema, ristoranti e palazzi di abitazione ricolmi di gente. I morti sono venticinque, i feriti quasi 150. Il 12 settembre, le truppe speciali fanno irruzione in una casa di Surco. Il presidente Gonzalo è seduto alla scrivania. Quando gli agenti irrompono nella stanza la sua compagna, Elena Iparraguirre, gli fa da scudo. Abimael Guzmán in un primo momento non capisce cosa stia succedendo e chiede chi siano gli intrusi. Si rende conto che la sua guerra è finita quando Antonio Ketín Vidal, comandante delle forze speciali, gli legge i diritti. Da mesi i servizi segreti vigilavano la casa di Surco, proprietà di una ballerina, Maritza Garrido Lecca. Guzmán ne aveva fatto il suo quartiere generale, da dove non usciva mai, sapendosi braccato. Gli ordini che mandava, uscivano all’esterno grazie alla ballerina.
Finita la caccia, si apre il circo.
La prima apparizione televisiva del comandante Gonzalo, venerato come un semidio dai suoi seguaci, è emblematica e ricorda, in un certo senso –senza però le lugubri atmosfere cinematografiche- la prigione preparata in hotel all’Hannibal Lechter del primo episodio del “Silenzio degli innocenti”. In un ampio e spoglio cortile carcerario è stata allestita una gabbia. È tenuta nascosta da una serie di teloni che vengono calati con effetto scenico quando i discorsi delle autorità sono terminati. All’interno c’è Abimael Guzmán, in tenuta da carcerato –maglia e pantaloni a strisce orizzontali- che si aggira come una belva ed impreca contro tutto e tutti. L’intenzione è quella di umiliarlo, bestia feroce rinchiusa in gabbia, ed invece Guzmán approfitta della presenza delle telecamere per inveire, reclamare, lanciare proclami e istigare i suoi a continuare nella rivoluzione. Come conseguenza viene inviato nel carcere di San Lorenzo, un arido sperone di roccia di fronte al Callao, il porto di Lima.
La prigione e gli anni lo ammansano. Nel tentativo di salvare il salvabile, Guzmán già nel 1993 cambia idea e chiede ai suoi di avviare negoziazioni di pace con il governo di Fujimori e di abbandonare la lotta armata. Sa che per lui si apre il panorama della prigione a vita e cerca di trovare una soluzione politica, ordinando ai suoi la ritirata. C’è però poco da salvare. Nel 1994 sono almeno 6000 i guerriglieri che hanno deposto le armi, anche se colonne di irriducibili si asserragliano nelle zone più impenetrabili del Paese. La legge d’Amnistia giunge puntuale nel 1995, nel chiaro tentativo di Fujimori di lasciarsi alle spalle il più in fretta possibile la stagione del terrore. La legge, approvata soprattutto per cancellare i misfatti perpetrati dall’esercito, non piace a nessuno: l’87% della popolazione, secondo i sondaggi, la disapprova. Nonostante l’opposizione, si va avanti. Bisogna voltare pagina, gli affari di Fujimori, l’immagine di un Perú vincente, da esportazione, lo reclamano. La soluzione politica paventata da Guzmán svanisce per sempre.
Roso dalla psoriasi, rinchiuso come Montecristo in uno sperone di roccia nell’oceano, Guzmán si avvia al suo quindicesimo anno di carcere. L’unica liberazione la riceverà dalla morte. Eppure, Sendero vive. Il suo respiro è esile, ma lo si può sentire ancora nelle valli della coca: lo Huallaga, l’Ene, l’Apurímac ed ancora nelle parti più remote delle province di Huancayo e di Ayacucho. Il comandante Artemio (al secolo Filomeno Cerrón Cardos) sopravvive con i suoi uomini –un’ottantina, forse di più- nella foresta, ricavando dai trafficanti di droga una tassa in cambio di protezione. Il Perú è un paese grande sette volte l’Italia, con cime inviolabili e la foresta amazzonica a lambire immense pianure di acquitrini e desolazione. Un posto dove nascondersi Sendero lo troverà sempre, in attesa di una nuova rivoluzione. Perchè il comandante Gonzalo, nell’isolamento della sua cella, sa che anche se non vedrà mai più la luce del sole, settantamila morti non sono stati abbastanza.

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12 Comments:

Anonymous Anonymous said...

sciemooooooo.................

4:14 PM  
Anonymous Anonymous said...

Ho 45 anni e forse quando ero piu'giovane, quando in italia arrivavano gli echi dei guerriglieri senderisti,forse mi ispiravano anche simpatia se non ammirazione....Da otto anni vivo in Peru',ho una moglie peruviana, cosi'come tantissimi amici ed ho sentito i loro racconti e leloro esperienze sul periodo senderista.
Certo, come sempre i militari sono stati dei biechi esecutori di ordini ed hanno commesso violenze inaudite, ma per favore non cerchiamo alibi ai senderisti....Di ideologia polpottiava, della serie''vietato essere tristi,il partito non vuole''...Provate a chiedere ai campesinos della sierra o alle popolazioni amazzoniche le violenze che hanno subito...Provate a leggere il libro della commissione della verita' e giustizia e forse invece di scrivere scemo, come l'imbecille che mi ha preceduto, si potra'tentare di capire meglio il fenomeno..Gonzalo.

2:28 AM  
Anonymous Anonymous said...

gran endikappati

6:03 AM  
Blogger maurizio campisi said...

Purtroppo c'è ancora gente che non conosce la Storia, non conosce i personaggi, non conosce le persone, la sofferenza, la povertà e se la passa a lasciare commenti idioti, come quello che ha scritto scemo (e anche con la I, a riprova della sua cultura)e l'altro idiota che mette in mezzo gli handicappati, persone a tutti gli effetti più intelligenti di lui. Eppoi, abbiate il coraggio di firmarvi.
Sendero Luminoso è stata una follia, mettetevelo in testa.
Un caro saluto a Gonzalo (anche mia moglie è peruviana) e continuiamo a cercare la verità usando la nostra testa.
Maurizio

1:11 PM  
Anonymous Anonymous said...

Dove si può trovare il "libro della commissione della verità"?. Anche se dolorosa o scomoda, una nazione riscatta se stessa quando ricerca la causa e la natura di tanta violenza. Grazie per l'opportunità concessami. Antonino Scanu. Quartu Sant'Elena, Cagliari.

10:49 AM  
Anonymous Anonymous said...

non erano quelli che uccidevano i ragazzini perchè avevano formato un gruppo musicale con strumenti elettrici...
la storia di sendero luminoso è una storia infame come quella della sua controparte governativa...

2:51 AM  
Anonymous Anonymous said...

imparato molto

6:29 AM  
Anonymous Anonymous said...

La ringrazio per Blog intiresny

6:30 AM  
Anonymous Anonymous said...

Se Sendero Luminoso avesse preso il potere probabilmente il Peru' avrebbe fatto la fine della Cambogia ai tempi di Pol Pot : è possibile stimare un ipotetico genocidio di almeno 2.000.000 oppure 3.000.000 di morti per questo disgraziatissimo paese dell' america Latina

12:51 PM  
Anonymous Angelo SInuello said...

Senza offesa, ma ritengo che quello che affermi sia completamente campato in aria, come si fa a dire cosa sarebbe successo se... mettendo anche delle stime delle possibili vittime! Non saranno dei santi, ma è impossibile stabilire cosa sarebbe successo se avessero ottenuto il potere! Per favore!

7:30 AM  
Anonymous Anonymous said...

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