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"Hay muchas maneras de contar esta historia, como muchas son las que existen para relatar el más intrascendente episodio de la vida de cualquiera de nosotros".

Friday, December 14, 2007

Il Nicaragua e le frontiere

L’arcipelago di San Andrés è e rimarrà colombiano. Questo, in stretta sintesi, il responso della Corte Internazionale dell’Aja che si è detta però competente per rivedere i limiti marittimi delle due nazioni.
La solita lite tra vicini, si direbbe, ma dietro c’è come sempre qualcos’altro.
L’impressione è che il Nicaragua, lungi dal risolvere i problemi interni, abbia fatto delle contese internazionali (praticamente con tutti i vicini: Honduras, El Salvador, Costa Rica ed anche la Colombia con cui comparte la frontiera marittima) una strategia per alimentare il patriottismo ed il nazionalismo, in maniera di deviare l’attenzione dai temi di politica interna che nè i liberali nè i sandinisti sembrano in grado di poter risolvere.
Quella di ridiscutere le frontiere non è una trovata di Ortega, ma data i tempi di Alemán e si è mantenuta con Bolaños: ognuno, a modo suo, è responsabile della perdita di tempo e di soldi pubblici per bisticciare su panzane ottocentesche. Il Nicaragua è un paese ricco di risorse naturali ed umane, ma la classe politica –di qualsiasi colore sia- si è dimostrata di un’inefficacia epica: si preferisce chiedere porzioni altrui di territorio, piuttosto di velare e di sviluppare quello che si possiede già di pertinenza. Così, assistiamo allo squallido spettacolo delle campagne abbandonate, della sporcizia che regna padrona, di una classe di privilegiati che alimenta solo il proprio ego e i propri conti in banca, piuttosto che le migliaia di famiglie che vivono in povertà assoluta.

Sui giornali nicaraguensi oggi si celebra la decisione della Corte Internazionale di rivedere i confini marittimi come una vittoria e sulla colombianità di San Andrés –che fino a ieri veniva reclamata ad alta voce come nicaraguense- si glissa. Il vento patriottico spira forte perchè, forse, ai nicaraguensi di questi tempi non rimane altra cosa. A mancanza di elettricità, di acqua, di lavoro e di benessere non rimane che cullarsi con l’orgoglio.

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