A 60 anni dal Nobel alla Mistral

La bruma spessa, eterna, affinchè dimentichi dove mi ha gettato il mare nella sua onda di salamoia. La terra nella quale sono venuta non conosce la primavera: ha la sua notte lunga che, come madre, mi nasconde. Il vento fa alla mia casa la sua ronda di singhiozzi e di urlo, e spezza, come un cristallo, il mio grido. E nella pianura bianca, dall’orizzonte infinito, vedo morire immensi tramonti dolorosi.
Chi potrà chiamare colei che è venuta fino a qui se più lontano di lei sono andati solo i morti? Solo essi contemplano un mare silenzioso e rigido crescere tra le loro braccia e le braccia amate. Le navi le cui vele biancheggiano nel porto, vengono da terre dove non ci sono i miei; i loro uomini dagli occhi chiari non conoscono i miei fiumi e portano frutti pallidi, privi della luce dei miei orti. E la domanda che mi cresce in petto al vederli passare, si arresta, vinta: parlano strane lingue, e non la commossa lingua che nelle terre dell’oro la mia povera madre canta.
Guardo scendere la neve come polvere in una fossa; guardo crescere la nebbia come il moribondo, e per non impazzire non conto i momenti perchè la notte lunga sta solo per iniziare. Guardo la pianura estasiata e comprendo il suo lutto che viene al vedere i paesaggi mortali. La neve è la sembianza che si avvicina alle mie finestre; sempre sarà la sua lucentezza che scende dal cielo! Sempre essa, silenziosa, come il grande sguardo di Dio su di me; sempre il suo fior d’arancio sopra la mia casa; sempre, come il destino che non diminuisce nè passa, scenderà a coprirmi, terribile ed estasiata.
La traduzione, fatta al volo, è mia. Senza dubbio il sito più documentato sulla poetessa è quello dell’Università del Cile: http://www.gabrielamistral.uchile.cl/
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