Referendum? Quale referendum?

Siamo d’accordo che l’informazione è facoltà di ogni individuo, ma dubito che siano in molti tra gli italiani all’estero a conoscere i dettagli della legge di riforma costituzionale.
Con questi presupposti è facile prevedere un fallimento.
Su “Diario”, un pezzo di Laura Forzinetti già due settimane avvisava: “Sono passati solo due mesi dalle politiche e già ovunque... l’elettore viene lasciato solo davanti all’enigma costituzionale da risolvere con un sì o con un no”. Come dicevo, avevamo due settimane di tempo per raddrizzare le cose: non è successo nulla.
E più avanti: “L’inaspettato arrivo delle schede elettorali farà scoprire a molti che c’è un referendum”. Niente di più azzeccato: avreste dovuto vedere la faccia di mia suocera al momento di aprire il plico dell’ambasciata.
Ci siamo, quindi. Abbiamo ottenuto il diritto al voto: ora dobbiamo cavarcela da soli. Prerogativa tutta italiana, d’altronde. Le nostre legazioni spendono soldi in baggianate (migliaia di dollari in residenze da nababbi; pubblicazioni che magnificano l’opera di consolati vetusti ed inefficienti –riviste che, essendo di carta patinata, non servono poi nemmeno per il cesso-; mostre costosissime di artisti amici; per non parlare dei ricevimenti eccetera eccetera eccetera) però i soldini per fare valere i diritti democratici non si trovano.
L’estero, è stato detto, è stato decisivo per le politiche. Sicuramente lo sarà anche per questo referendum.
0 Comments:
Post a Comment
<< Home